L’ombra di Velázquez

Luce e spazio

Tra i tanti nomi degli artisti che hanno segnato il tempo, ci fregiamo di essere conterranei dei più grandi di tutti, da Michelangelo a Raffaello, da Leonardo a Botticelli.

Il resto dei “grandi” è un po’ offuscato, la folla di geni si ammassa e non li mettiamo a fuoco distintamente, non li distinguiamo uno per uno.

Nomi di alcuni spagnoli come El Greco, Velázquez, Goya, si rincorrono senza trovare giusta soluzione.
Eppure, si tratta di alcuni dei più maestosi nomi che figurano nel libro dell’arte.

È Velázquez però il perno, la luce di prua, la tesi imprescindibile per tutti quelli che lo seguiranno.

All’ombra dell’artista di Siviglia, stella del Seicento spagnolo, si nascosero sfilze di artisti, con il continuo intento di confrontarsi con lui altri produssero capolavori e capisaldi della storia della pittura spagnola.

Con Diego Velázquez siamo ben lontani da personaggi anticonformisti che oggi ci risultano affini, come potrebbe esserlo Caravaggio, ad esempio: un artista iroso, sì, fuori dagli schemi, ma soprattutto libero e con l’obiettivo dichiarato di rompere le convenzioni, di destrutturare la tradizione.

Accade che la tradizione si rinnovi, però, all’interno di se stessa.

Anche ad opera di un pittore di corte, totalmente avvinto dall’etica e dall’estetica reale, che interpreta  il momento storico presente con le braccia che istituzionalmente lo sostengono.

Ma ecco che Velázquez, pur vestito di porpora e d’oro, pur essendo estensione pittorica e rappresentativa della monarchia spagnola, opera una rottura.

Sfida i rigidi e accademici dettami della pittura ufficiale dei suoi predecessori e introduce il plastico potere di estrarre l’essenza delle cose. La pittura spagnola vede per la prima volta ciò che la letteratura conosceva da un pezzo, ovvero la presenza di spettacoli umili e quotidiani, di indicazioni del presente reale, che non sono mai, però, operette pittoresche o aneddoti di genere senza dignità.

Sono esseri o cose, indicati nella loro essenza, osservati con acume e autorità.

Allo stesso modo, un’operazione di totale innovazione avviene con il paesaggio:  è con Velázquez che l’ambiente circostante cambia i propri connotati e si fonde con la figura, con il soggetto in primo piano. Lo spazio circonda i personaggi come loro stessa irradiazione, come loro esatto e perfetto ricettacolo.

In Velázquez l’ambiente aereo deriva dalle figure stesse e non dal loro contorno, spazio e ambito.

 

Ed è una tale perfetta e magica fusione ambientale che possiamo intravvedere nel famoso Las Meninas.

L’opera, nota anche come El Cuadro de la Familia, venne eseguita nel 1655 e raffigura l’infanta Margherita e le sue dame. Si interconnettono qui i riferimenti alla pittura di genere, a quella di corte e al rinnovato trattamento dello spazio.

Ci troviamo all’interno di una stanza che è un cosmo incantato, una pulsante ninfea che si schiude e rivela al suo centro l’infanta e le sue dame. La precisione quasi oggettiva e fiamminga si scompone in minuscoli corpuscoli di luce, ad uno sguardo più attento: i corpi solidi e geometrici si sciolgono in un bagno di  luci rotte, instabili e slegate. Tutto ciò che  Velázquez costruisce sulla tela è un’estroflessione dei personaggi sotto forma di luce palpitante, che aderisce ai soggetti e che li avvolge.

L’infanta è circondata dalle dame, dai nani, dal cane. Ogni personaggio ha un posto preciso all’interno del gruppo, in linea con le rigide usanze della corte spagnola del tempo. Anche l’artista appare in secondo piano, ritratto proprio dinanzi al cavalletto ad ultimare il dipinto.
La realtà si riflette in uno specchio immaginario che la scompagina con poesia.
È questa la dimostrazione della potenza che un artista può esercitare sul mondo visibile, capovolgendolo e toccando la luce, arrivando così ad esprimere l’infinito.

Diego Velázquez, Las Meninas, 1656, olio su tela, Madrid, Museo del Prado