Le foto astronomiche che hanno cambiato l’immaginario

O di come si esercita il dubbio

Oh, ecco quello che ha varcato l’aria, ecco quello che ha penetrato il cielo, che ha discorso le stelle e trapassato i margini del mondo, e ha fatto svanir le fantastiche muraglia delle prime, ottave, none, decime sfere dei vani matematici e dei filosofi volgari.

Ecco quello che […] ha donato gli occhi alle talpe, che ha illuminato ciechi che non potevano fissare l’immagine sua da tanti specchi che da ogni lato, che da ogni lato, gli si opponevano. […]

Ecco quello che ha varcato l’aria, penetrato il cielo, dicendo “Eppur, si muove”.

 

In uno spettacolo teatrale del 2010, chiamato ITIS GALILEO, Marco Paolini prende in prestito le parole di Giordano Bruno per dedicarle a Galileo Galilei, in una sorta di postumo elogio funebre.

Lo spettacolo è un’opera di magia incentrata sulla figura di quest’uomo che ha creato il metodo scientifico, che ha per primo visto le lune di Giove e che spiegato le maree.

L’astronomia è roba antica, la praticavano anche i babilonesi, i cinesi, gli egizi e i greci.

Fino alla nascita di Galileo, il cielo si guardava ad occhio nudo.

Nonostante questo, il germe del dubbio iniziò a spandersi per l’Europa tra Cinquecento e Seicento, insieme alla famosa teorica copernicana, basata su una nuova visione eliocentrica.

E fu subito tacciata d’eresia.

Con Galileo, l’eresia si moltiplicò e le conseguenze anche. Ma un altro passo era stato fatto.

Galileo infatti pubblica un libricino, piccolo, di poche pagine, dal valore inestimabile. Lo chiama Sidereus Nuncius.

Con entusiasmo, annuncia al mondo quello che ha visto con il suo cannone-occhiale. E parla di superamento del sistema tolemaico.

Galileo parla di una infinità di stelle ignote, ammira nel dettaglio la Via Lattea, scopre che la Luna ha crateri e montagne, e soprattutto che Giove ha quattro satelliti.

Così facendo, oltraggia la chiesa sclerotizzata sul proprio asse artistotelico-tolemaico e, infatti, poco dopo viene costretto ad abiurare. Un classico.

Tuttavia, ormai il cielo non era più lo stesso.

Perché Galileo disegna quello che vede.

Crea una rappresentazione grafica condivisibile con l’intera comunità scientifica di quell’universo che fino ad allora era stato un insieme compiuto, ordinato e limitato, di astri. Galileo getta il disordine nel blu stellato, osservando ed annotando ciò che vede col suo cannocchiale, notte dopo notte.
L’universo prende forma.

Da quel momento in poi,  vedere sempre di più e sempre meglio ciò che c’è dopo, ciò che è oltre, è rimasto un desiderio pulsante dell’uomo.

Solo due secoli dopo, la distanza fra cielo e terra viene accorciata nuovamente.

Grazie all’invenzione della dagherrotipia, primo processo di sviluppo fotografico, ad opera del francese Louis Jacques Mandé Daguerre, la scienza astronomica subisce la sua seconda rivoluzione.

È la primavera del 1840, quando, dopo un anno intero di tentativi, il dottore anglo-americano John William Draper riesce a migliorare il processo fotografico, in modo tale da scattare la prima fotografia della Luna. Nasce adesso l’astrofotografia.

Da quel momento in poi, l’astronomia non è più la stessa, e i progressi fatti nel campo dell’astrofotografia sono prodigiosi.

Nel 1845 viene fotografato il sole per la prima volta, seguito da eclissi totali, comete, nebulose, pianeti e costellazioni. La prima galassia ad essere fotografata è Andromeda.

Da questo momento in poi, l’astrofotografia prende il sopravvento e diventa parte integrante e importantissima nella scienza astronomica, incredibilmente facilitata oggi anche dall’utilizzo del digitale.

Ma i nostri incredibili passi avanti sono montati sulle gambe di chi, per la prima volta, ebbe il coraggio di praticare l’esercizio del dubbio. Anche se un’idea nuova non è prassi, anche se il presente è rigido.

Galileo è vero scienziato e guarda avanti perché, nonostante tutto, se qualcosa si muove è impossibile non dirlo.

J. W. Draper , Prima foto della luna, esposta al New York Lyceum il 13 Aprile del 1840.