La passione di Bernini

L’istante

Esiste un diario preciso di ciò che Bernini fece e pensò.

Anzi, ne esistono due.

Uno, ad opera di un certo Paul Fréart de Chantelou: esperto d’arte e appassionato collezionista, egli fu il “maestro di casa” di Luigi XIV e rimane per noi una figura centrale per quanto riguarda la bibliografia berniniana. Il re francese, infatti, nel 1665 fece chiamare Bernini affinché l’artista fornisse dei progetti  di ristrutturazione per il palazzo del Louvre e Chantelou fece qualcosa di molto banale e insieme determinante: tenne un diario. Un diario minuziosissimo che racconta le vicissitudini intercorse nell’intervallo di tempo che Bernini passò alla corte francese, regalandoci prospettive e particolari inusitati.

Il breve periodo francese, però, non fu felice: al contrario, offrì una consistente dose di frustrazione all’artista, che finì per tornare a Roma con un pugno di mosche,  maturando una forte ostilità nei confronti del clima artistico francese.

 

L’altro diario, senz’altro, è Roma tutta intera.

In questa città di sovrapposizioni la bellezza si somma ad altra bellezza, percorsa da mantelli di marmo e inscritta in planimetrie sorprendenti. Vivere la magnificenza dell’opera berniniana è un privilegio non comune che che viene offerto allo spettatore che passeggia per Roma, insieme alla possibilità di attraversare fisicamente la personalità marmorea di quest’uomo tutto fuoco, come lo definiscono gli scritti del tempo.

 

Fra le molteplici opere del proficuo Bernini, ce ne sono alcune che ricordiamo con precisione. Tra chiese maestose e fontane possenti, il principe del Barocco ci tocca, turbando il nostro percorso.

È però necessario insinuarsi nel lussureggiante giardino di Villa Borghese e entrare nelle sue sale per poter ammirare un curioso insieme di gruppi scultorei. Oggi custoditi nello stesso luogo a cui furono destinati al momento della creazione, avvenuta negli anni ‘20 del Seicento, quando l’artista incise il suo genio nell’eternità.

Opere come l’Enea e Anchise, il Ratto di Proserpina, il David o l’Apollo e Dafne si incastrano negli occhi e nella testa di chi li ammira, ombre rutilanti e corpi che si intrecciano, finendo per consacrare la poesia scultorea dell’artista che pose mano alla loro composizione a soli vent’anni.

 

Un basso ostinato dove la persistenza del marmo e la pace della materia si infrangono in corporeità di pelle calda e morbidissima.

 

Una sprezzatura tipicamente italiana, che nasconda la vera fatica dietro all’opera e presenti solo la bellezza tutta, una bellezza così ben fatta che sembra esser nata senza sforzo e ci consente di apprezzare l’opera e il racconto. Ci stupiamo solo per un istante, la maestria cede il posto all’occhio che si posa e si sofferma, in un primo momento annichilito dalla contraddizione dell’esplosione vitale dentro a materia inerte, poi assorbito e precipitato dentro a una storia.

È una storia, in effetti, quella che Bernini racconta mettendo mano alla rappresentazione di personaggi grandiosi, storici o mitologici. Una storia che si rimpicciolisce e si rannicchia per riuscire a entrare dentro all’istante che condensa tutta una vita, al momento cardine che la comprende e la definisce. E così Davide viene fermato nell’esatto momento in cui tende la sua fionda verso Golia, Dafne nel secondo che soggiace alla sua trasformazione in alloro, Enea in quello che lo definisce come capostipite di un nuovo popolo e uomo del mos maiorum, sostenendo il padre e portando in braccio il figlio.

 

 

Un simbolo sinuoso che traduce in marmo, legno e consistenza un’epoca forsennata di geometrie fluide come il Barocco, Bernini ancora ci ammalia, con la grazia e la seduzione di statue di pietra dura che si sciolgono ancora oggi, liquide, infiammate e ferme per sempre, incarnando quell’attimo preciso che ci definisce ci consegna alla storia.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-1625, Galleria Borghese, Roma