I silenzi di Vermeer

“Piccolo lembo di muro giallo con tettoia, piccolo lembo di muro giallo”.

 

 «Lo dicono il pittore della luce. Dicono che cercasse la luce.

Difatti cercava la luce. Si vede com’essa vibri, per lui, dai vetri, com’essa muova l’ombra, ombra della luce, ombra quasi impalpabile di ciglia mentre lo sguardo amato si socchiude; sguardo quasi – nel suo protrarsi nella memoria e nel desiderio – imitasse il segno dell’ombra. Bisogna però stare attenti nel parlare di luce. Forse, cercando la luce, Vermeer trovava altro, forse la meraviglia sublime della sua pittura è nell’avere trovato altro».

Così scriveva Giuseppe Ungaretti, nel suo breve commento Invenzione della pittura d’oggi, in merito alle soluzioni artistiche di uno dei maggiori pittori olandesi.

 

Johannes – Jan – Vermeer, fu figura caratterizzante del fragoroso e dorato Seicento olandese.

Di lui ci rimangono circa trentasei dipinti, la cui paternità è più o meno contestata, e poche notizie dal punto di vista biografico: ne conosciamo superficialmente le condizioni economiche e familiari a partire da documenti notarili, ma la figura dell’artista, che meritò il soprannome di “sfinge di Delft” si mantenne pressoché defilata dai documenti d’archivio, rendendo impossibile ricostruire con precisione la sua figura storica.

Oggi, però, l’artista è diventato quello che forse avrebbe sognato di essere in vita (perlomeno per riuscire a pagarsi i debiti!): ebbene, Jan Vermeer è definitivamente mainstream.

Jan acclamato e sulla bocca di tutti, Jan in tv e nei libri a lui dedicati. La fama lo precede e la sua “Ragazza con orecchino di perla” è già un’icona pop, immediata e discussa al pari d’una Gioconda, rivisitata in versioni ironiche e animata da una freschezza senza tempo.

La meccanica diffusione delle immagini, la riproduzione ostinata che spegne l’indagare dell’occhio, scende però verticale come un drappo, oscurando significati e meraviglie sottese.

Vermeer, dalla fama concitata, immerge in realtà i propri dipinti in atmosfere raccolte e quiete, ma ricche di dettagli che sono forse troppo precisi per non aver qualcosa da raccontare. Cosa c’è davvero, allora, dietro allo sguardo interrotto dei protagonisti di queste opere e all’eterna sensazione d’attesa che li avvolge? Cosa di altro ha trovato Vermeer, di tanto sublime?

L’indagine ungarettiana ci mette di fronte ad una verità che era rimasta, silenziosa, sotto ai nostri occhi.

Vermeer non si sofferma sui suoi personaggi privi di maestà, che cala all’interno di scenari che possiamo tranquillamente definire “di genere”, simili a quelli utilizzati da molti suoi contemporanei, “piccoli maestri”, pittori di piccole cose. L’ossessione dell’artista, ed è in questo che è diverso, che è magnifico e che ci stupisce ancora, è la commistione della sua ricerca della luce con il ritrovamento del linguaggio del colore. Vermeer trova il colore, lo scompone e lo destruttura, lo utilizza e lo fa riverberare nelle cucine in ombra, nelle stanze polverose e nelle strade di campagna: i personaggi sono solo fantasmi, quasi attraversati dalla luce protagonista, che li bagna con chiarore scientifico, mentre sono l’assolutezza del colore e la diversità tonale a prendere le redini del racconto.

La luce è essa stessa colore sulla tela di Vermeer, e ciò che percepiamo come sospeso e stentoreo, fisso e in attesa di compimento, una solitudine immutabile e l’idea semplice dell’infinità, realizza forse cromaticamente la piena perfezione della pittura che la esprime. Qui tutto è azzurro, è fortissimamente giallo, è rosso, è colore assoluto.

Proust, nella sua Recherche, offre un passo doloroso che suggella la fine della vita di uno dei personaggi, Bergotte che, mentre sta per morire, ripete ossessivamente: “Piccolo lembo di muro giallo con tettoia, piccolo lembo di muro giallo”, focalizzando un particolare della Veduta di Delft e comprendendo finalmente quest’arte nella sua essenzialità: la ricerca del colore, l’uso della luce.

J. Vermeer, Veduta di Delft, 1660-1661, Maurithuis, L'Aia