I demoni – F. Dostoevskij

Albert Camus, nel 1959, procede all’adattamento del romanzo forse più inquietante dell’opera di Dostoevskij: “I demoni”. Conosciuto con titoli differenti, come “Gli indemoniati” o “Gli ossessi”, il volume si rivela di un’importanza determinante, per Camus e per l’intera storia della letteratura.

 

Un libro profetico, un’opera contemporanea, sostiene l’autore francese: al centro, una storia che ruota attorno ad una rivolta terroristica contro l’ordine mondiale “costituito”.

Era nei piani originali dell’autore che il romanzo, inizialmente con il nome di “La vita di un grande peccatore” avrebbe dovuto contare tante pagine quanto “Guerra e Pace” del rivale Tolstoj.

 

Sulle orme della storia del nichilista Nečaev, che in quegli anni era al centro del suo successo “rivoluzionario”, e in generale dalla nascita del populismo russo, Dostoevskij ricama una storia in cui anticipa e condanna da un punto di vista strettamente morale quella grande “svolta generazionale” che avrebbe condotto ad un evento quantomai eccezionale: la nascita del comunismo.

 

Nel testo si narra della piccola cellula terrorista in questione, formata dagli uomini nuovi, i “nichilisti”, che prendono appunto l’appellativo di “Demoni”. È un disprezzo denso e carico che si sparge nelle quasi novecento pagine del testo da parte dell’autore: la critica a chi non crede in nulla, in nessun valore, emerge da un sottosuolo prettamente morale e si indirizza sferzante nei confronti di questi giovani intellettuali piccolo-borghesi della Russia di metà Ottocento, improntati ad un’entusiastica fiducia nella scienza, ad un’accettazione del materialismo e del positivismo come strumenti polemici contro ogni forma di cultura tradizionale, morale e religiosa.

 

Scrive, infatti:

 

“[…] In ogni periodo di transizione si solleva la canaglia che c’è in ogni società e si solleva non solo senza nessuno scopo, ma senza nemmeno avere l’ombra di un’idea, esprimendo soltanto, con tutte le forze, la propria inquietudine e la propria impazienza. Intanto questa canaglia, senza nemmeno saperlo, quasi sempre vien a trovarsi sotto comando di quel piccolo crocchio di ‘antesignani’ che agiscono con uno scopo definito e quello indirizza tutta questa immondizia dove più gli piace, a meno che lo stesso crocchio non sia composti di perfetti idioti, cosa che, del resto, talvolta succede”.

 

(Fëdor Dostoevskij, “I demoni”)

 

 

Al centro dell’opera, diventa metastasi collettiva il tema del libero arbitrio e della libertà, in una tessitura composita di riflessione politica, ideologica e psico-sociologica.

 

Tuttavia, è solo all’estremo limite del romanzo che si affaccia alla comprensione la natura del vero demone che passeggia lungo la storia. E forse non si tratta dello spietato e cinico terrorista nichilista, tanto avversato e dai contorni grigi, bensì di quella depravazione morale e di quella pazzia, che serpeggia nella mente dell’unico vero protagonista, il cui dramma è impresso in ogni pagina: Nikolaj Stavrogin. Ultimo discendente di una ricca famiglia di proprietari terrieri, taciturno, e sempre perfettamente padrone di sé, è l’autentico motore del romanzo. Si perde e si confonde, difatti, l’energia fisica e intellettuale dell’uomo, che scioglie in cenere e fumo le proprie immense potenzialità d’esser chiunque, lasciandosi andare alla corruzione e alla dannazione di tutto ciò che ha la sorte di toccare.

Un concentrato di autodistruzione nel vuoto più profondo, la rappresentazione del male morale assoluto, classificano tale protagonista come il demone più vero, catalizzatore d’ogni male e perduto per sempre, senza neppure un punto di nostalgia per il bene irrimediabilmente distrutto.