Federico II di Svevia

Votivus puer nella città calda e gialla

 

 

 

            Palermo, nella sua maestosa e sfacciata cattedrale, imago imperii e gialla stella del Cassaro, trattiene ancora nel suo ventre il figlio prediletto.

In un preziosissimo sarcofago di porfido rosso, riposa ancora, mummificato e senza cuore, lo stupor mundi, il normanno fanciullo di Puglia che mise fine al Medioevo. Il cuore, separato secondo tradizione, si trova proprio nella Puglia che al sovrano diede i natali. Seppellire il cuore in altro luogo rispetto al resto del corpo denota lo scopo di sottolineare forti legami affettivi e, nel caso di un sovrano, di pervadere fisicamente l’intero spazio simbolico del suo reame.

            Ubiquo Federico, re di Sicilia, duca di Svevia, re dei Romani, re di Gerusalemme e imperatore del Sacro Romano Impero.

            Ma se a Jesi nacque, se a San Rufino, ad Assisi, venne battezzato, variamente percorrendo il Sud Italia, è Palermo che lo celebra con l’intensità del sangue e delle ossa, con la brama dell’appropriazione adottiva.

            Quale personaggio migliore, in effetti, per aggrapparsi alla memoria di un passato grandioso, per una terra che un’età d’oro forse l’ha vissuta, ma non se la ricorda.

E si accontenta di macerie, tracce e profumi.

            Leonardo Sciascia parlava della Sicilia come di un «estremo limite del mondo» e su quest’ultimo limite Federico costruì un vero “paradiso irrigato di miele”, facendone la sua vera patria e lottando perché questa si emancipasse dal suo destino di “terra di conquista”.

 

            Nonostante le diffuse e poco nobili dicerie sulla falsa maternità della «annosa» Costanza d’Altavilla, al momento del parto ormai più che quarantenne, la grandezza dell’imperatore fu proclamata ancor prima ch’egli venisse al mondo, preceduto da profezie e propizi auspici di virgiliana memoria da parte di poeti devoti alla casa sveva.

Il padre Enrico VI, potente quanto nessuno dopo Carlo Magno, s’impossessò d’un Regno di Sicilia che non riuscì affatto a governare, cadendo alla vigilia della crociata tedesca del 1197 e consegnando il trono nelle mani del piccolo erede. Il 17 maggio, a quattro anni, Federico fu incoronato re di Sicilia e il 27 novembre morì Costanza, affidando al pontefice Innocenzo III la tutela del figlio e la reggenza dello Stato, in un clima di cupidigie politiche e forze avide e infide.

            Trascorse a Palermo l’infanzia solitaria di Federico, al limitare d’una reggia depredata da famelici baroni siciliani e nobili rapaci, e lì avvennero i fatali primi contatti con quella sincronia di abitudini e culture che ricopriva, come un miele, la Sicilia.

In una città per cui la metafisica del contrasto era la regola, con l’accondiscendenza dell’ultima dominazione normanna, Federico non poté non rimanere ammaliato dalla coesistenza di luoghi come la voluttuosa e abbagliante Cappella Palatina, scrigno d’oro e sancta sanctorum di regalità, e di giardini eleganti d’araba ispirazione, rivestiti di ricchi drappi e profumati da uno zefiro d’ambra.

            Una tale educazione estetica, vibrante e meticcia, contribuì alla definizione dell’uomo, polýtropos, molteplice e profondamente moderno, che aprì con intelligenza al mondo di Bisanzio e mediò con lettere arabe nei confronti della civiltà musulmana, poiché «seppe la lingua nostra latina e ‘l nostro volgare, e tedesco, e francese e greco e saracino».

            Una figura potente e contraddittoria, che ha attirato urla di ammirazione come di disprezzo. Federico II regnò da imperatore, fondando scuole, dando legislazioni e circondandosi dei migliori intellettuali del secolo, mostrandosi insieme crudele uomo di potere e grande statista, fine intellettuale e baricentro della sua era.