Dante astronomo

Esiste un testo dell’inizio del XX secolo, Dante and the early astronomers di M. A. Orr Evershed, che si occupa dell’astronomia dei tempi antichi, da quella greca all’astronomia medioevale: a partire dall’analisi dei fenomeni che è possibile osservare a occhio nudo, fino alla descrizione delle teorie dei più grandi scienziati del passato, Aristotele o Tolomeo, insieme a cenni dell’astronomia araba.

 

Questo testo si qualifica come unica rappresentazione in cui convergano tutte le conoscenze astronomiche disponibili in epoca dantesca, che ci consegnano dunque la cifra di cosa Dante esattamente vedesse dietro e davanti al nostro cielo.

 

Salta all’occhio, dunque, l’abissale differenza le conoscenze di Dante e quelle che abbiamo oggi.

A dividerci sono fatti poderosi, come la rivoluzione copernicana, la scoperta della legge gravitazionale, l’invenzione del telescopio, tutto ciò che Galileo ci ha insegnato sull’osservazione del cielo e così via.

Per Dante, la realtà fisica dietro le sembianze azzurre del cielo constava di convinzioni totalmente diverse, dalla convinzione geocentrica alla fusione del sistema terreste con la Causa prima, ovvero Dio. Il cosmo di Dante è, infatti, una visione chiara, e per questo forse in nuce già scientifica, dove l’amore per la scienza si fonde ad una fervida fede per la Provvidenza che, senza ombra di dubbio, soggiace all’intero creato. Una sintesi coerente, in cui i dettami di fede e scienza, in maniera antitetica ma serena, convivono quietamente.

 

Ma partiamo dall’inizio: la Divina Commedia è definitivamente un’opera che tratta della storia della salvezza. L’angosciosa discesa nelle fauci dell’Inferno e poi la risalita colma di speranza verso il Paradiso sono simboliche riflessioni sulle possibilità di salvezza del poeta in primis e dell’umanità intera poi.

Ed è il cielo, quest’accozzaglia di astri incomprensibili che si mescolano negli occhi e nelle lenti, che ci riempie di domande e di risposte d’incerta soluzione, il mezzo che Dante riconduce a soluzione ultima. È il cielo la via di salita verso Dio, una via concreta e plastica che l’autore percorre, scalandola con fatica e pena. È questo il mezzo che Dio ci ha consegnato per raggiungerlo, e così, alla fine del canto XIV del Purgatorio, tra gli eterni invidiosi,  Virgilio dice a Dante:

 

Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,

 

mostrandovi le sue bellezze etterne,

 

e l’occhio vostro pur a terra mira;

 

onde vi batte chi tutto discerne.

 

 

È qui che il tema della salvezza, della fede, si stringe a doppio filo con la passione per la scienza e per l’indagine. Virgilio spiega a Dante quanto deplorevole sia ostinarsi a fissare lo sguardo in basso, sulla terra, su ciò che è già conosciuto e sempre lo sarà, invece di puntare gli occhi al cielo, osservando l’ignoto. Da ciò ne deriva come l’osservazione del cielo e degli astri, e quindi l’astronomia, possano trasformarsi in un atto salvifico, una via d’ascesa spirituale. Ed ecco che il cielo si magnifica ancora una volta, diventando una pratica di salvezza eterna.

Suggerendo uno schema di un ordine universale, che abbraccia l’eterno e l’infinito,  Dante ricorre molto spesso alla sua conoscenza del cielo, legando il suo viaggio simbolico e allegorico alla realtà.

La salvezza è eterna perché ciò che vediamo attraverso il cielo che ci ruota attorno è bellezza di pura luce, preludio a Dio, ai suoi angeli e ai santi. La bellezza su cui ci ostiniamo a fissare lo sguardo, invece, è terrestre e quindi caduca, effimera ed inutile.

 

Nella Comedia troviamo tanta astronomia, una fessura preziosa attraverso cui è possibile osservare il cielo di Dante, dopo averne conosciuto gli inferni e i paradisi personali. Le costellazioni della sua poesia che si amalgamano a fede e scienza, dandoci la possibilità di vivere l’esperienza unica di assistere alla storia che cambia, mantenendo sempre la stessa reazione estatica di fronte alla poesia e alle stelle, dagli occhi di Dante fino a noi.